In questa puntata la prima parte del grande viaggio nel cuore dell’Africa australe. In Botswana, dove il grande delta del fiume Okavango incontra le sabbie del Kalahari, le Tsodilo Hills, dove i Boscimani hanno ambientato la nascita dell’uomo, e i parchi nazionali meno noti, come Makgadikgadi e Nxai Pan National Park.

Lo dicono le guide, gli anziani, i vecchi bracconieri, che oggi sono diventati ranger più esperti e severi. La sentono loro, anche se i nostri occhi non vedono indizi, i nostri sensi non sentono nulla. Domani arriverà l’acqua.

Arriva dagli altopiani dell’Angola. Piovuta mesi fa, ha fatto tanta strada, percorso fiumi dai nomi esotici come Kubango, Kunene, Kwando, prima di gettarsi nell’Okavango e arrivare fin qui a creare un fenomeno unico al mondo: un ventaglio di serpenti blu che si perde nel deserto del Kalahari; nelle sue sabbie rosse scompare l’acqua venuta da lontano. Sono i 16 mila chilometri quadrati di natura incontaminata che formano il delta dell’Okavango.

Le prime avvisaglie di piena si manifestano nel nord del delta in primavera. Non è un’inondazione travolgente, bensì un crescere lento. All’inizio di luglio l’acqua raggiunge il limite orientale del delta, quando nel nord il livello ha già cominciato a diminuire. L’acqua attira migliaia di animali dalle nazioni circostanti, Namibia, Zimbabwe, Angola e Zambia. Per questo motivo il delta dell’Okavango è diventato una mecca per gli appassionati di natura ed è la principale attrattiva del Botswana.

Noi però ci vogliamo arrivare per gradi, seguendo le tracce di David Livingstone, che arrivava a piedi attraverso la regione meno nota del Botswana: le infinite distese abbacinanti dei pan comprese nei parchi nazionali di Makgadikgadi Pan e Nxai Pan. Si tratta di una zona poco frequentata dal turismo, ma assai importante sia dal punto di vista storico che ambientale. Deserto, grandi spazi, distese bianche di sale, praterie di erba gialla battuta dal vento e rare oasi dove crescono giganteschi baobab. Qui occorre grande esperienza e un’ottima guida. Se volete fare la traversata completa della regione bisogna disporre di un mezzo adatto, essere totalmente autosufficienti e saper navigare in un territorio che offre anche meno riferimenti rispetto al mare.

Nella prima metà dell’ottocento la quasi totalità delle piste seguite dai primi esploratori europei passavano da queste parti, e i grandi baobab divennero uno dei pochi riferimenti geografici a disposizione dei vari Livingstone, Baines, Chapman, che in molti casi lasciarono i loro nomi incisi nella corteccia di questi giganti. I pan sono laghi salati asciutti: il tasso di evaporazione è più alto rispetto a quello di precipitazione, e l’acqua che si raccoglie durante la stagione delle piogge (da dicembre a marzo) evapora rapidamente, provocando un’alta concentrazione salina. Durante la stagione delle piogge questa regione si copre di un manto verde smeraldo, con i pan coperti di un velo d’acqua e ospita un’infinità di uccelli; durante la stagione asciutta, invece, l’erba diventa gialla e i laghi si trasformano in un deserto di sale bianco abbacinante, sul quale danzano infiniti miraggi.

La base ideale per esplorare questa regione é il Leroo-La-Tau Safari Lodge, che sorge sulle sponde del fiume Boteti (oggi asciutto) lungo il confine del Makgadikgadi Pan National Park, a 160 chilometri da Maun. Lasciato il lodge, la pista scende quasi immediatamente nel letto del fiume. Da queste parti non è raro incappare in un “kill”, i resti di una preda divorata dai leoni nel corso della notte.

Proseguendo sul versante opposto si entra nel Makgadikgadi National Park. E’ una zona di fitto bush, vegetazione per lo più composta di alberi spinosi, che si estende fino al confine con Nxai Pan National Park. Qui la musica cambia subito: la pista si fa più dura e si avanza lentamente fra continui sobbalzi, che strappano una sinfonia di lamenti dalle sospensioni della Toyota. Il territorio è piatto, coperto di erba gialla battuta dal vento, infinito. Avvistiamo numerosi struzzi, orici, e i piccoli e timidissimi stein-bok ci guardano arrivare con i loro grandi occhi per poi schizzare via veloci ai lati della strada. Si arriva nella regione dei pan, e fra un miraggio e l’altro si comincia a indovinare il profilo di un gruppo di baobab: si tratta di Baines Baobab, un gruppo di alberi resi famosi dei dipinti dell’artista esploratore, che si accampò qui nel 1862. Questo luogo trasmette un senso di immobilità un po’ misterioso. Gli alberi sono giganteschi; arrampicandoci su di un tronco troviamo la “pozza dei Boscimani“, un intaglio ricavato nella corteccia dove si raccoglie l’acqua piovana.

Un’altra ora di pista ed eccoci nel cuore del parco: una pozza di acqua perenne al centro di un vasto territorio arido. Nella stagione asciutta è l’unica risorsa disponibile per gli animali che abitano un’area molto vasta: intorno allo specchio blu immobile si radunano spring-bok, impala, orici, elefanti e ovviamente i predatori, che qui non devono nemmeno nascondersi o aspettare la notte. Non succede spesso in Africa di trovare un posto dove è praticamente garantito assistere alla caccia del leone. A Nxai è così: basta appostarsi e avere pazienza. Due leonesse inscenano tutto il repertorio della savana: accerchiamenti, agguati falliti e finalmente il balzo giusto, la zampata micidiale che atterra l’impala proprio sotto i nostri occhi. Niente suoni, disperazione, ripensamento, cattiveria: solo gesti perfetti, essenziali, il ciclo della vita e della morte compiuto. Il senso, la forza, la magia dell’Africa sono racchiusi in quel balzo, quella fuga, quel pasto. Un pasto che inizia subito: la preda è ancora viva quando le leonesse gli aprono il ventre e lacerano le budella. Pochi sussulti prima del rumore dei denti che stritolano le costole. Il pasto dura meno di mezz’ora, poi le fiere si allontanano in cerca d’ombra: il poco che resta se lo contendono sciacalli e avvoltoi.

Rimangono il cielo blu cobalto, il silenzio, la morte e la bellezza.

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