“Il ritmo solitamente è in quattro quarti, ma nel reggae le battute sono tre… la quarta te la immagini, la “senti”! Quella quarta battuta è il reggae, e per me nasce da un’illusione.”
[Bob Andy]

“Shit! Questo coso continua a non funzionare!”
“Ma che succede Cox?! Cosa continui a imprecare??!”
“Avevo preso questo piccolo amplificatore schifoso durante il mio viaggio negli States, anni fa… oggi l’ho ritrovato e voglio farlo funzionare, ma non so se fosse già scassato o se si sia sempre stato rotto…”
“Perché? Cos’ha che non va? A me pare apposto…”
“Certo, finché non ci colleghi una chitarra… poi inizia a emettere solo scariche elettriche… bah”
“Ma dai, vedrai che riusciremo ad aggiustarlo… dammi quel cacciavite!”

Il dialogo, qui liberamente intrepretato, finirà poco dopo direttamente nella leggenda della musica.
Nei primi anni Sessanta a TrenchTown, piccolo e degradato quartiere sulla costa sudorientale della Giamaica, la vita scorre placida e tranquilla, quando non tormentata dalle rappresaglie della polizia. Una condizione comune a molti paeselli dell’isolotto non ancora deumanizzati dall’industrializzazione rampante nelle poche città dello stato, dalla vicina capitale Kingston in giù.
Alla povera serenità degli abitanti contribuiscono soprattutto due fattori diventati rapidamente motivi di culto pseudo-religioso per i devoti della zona: l’utilizzo allegro e quotidiano di marijuana e il ritmo completamente nuovo del reggae, il neonato genere musicale perfettamente ricamato sul dna palpitante della nuova generazione di giamaicani.
Non si tratta naturalmente di un qualcosa scaturito dal nulla, ma di un’evoluzione dei generi ska e rocksteady (basso dominante, tastiera, chitarra, maracas, tamburi di pelle di vacca e cori spiritual) in voga da tempo sull’isola, con una spruzzatina di folk africano, soul e R&B. Un sound cui il vento nuovo di quel periodo ha regalato una marcia in più per distaccarsi dai propri genitori musicali, trasformandolo in un genere a sé stante.

“Non riesco… sembra quasi incastrato… il cacciavite non funziona…”
“Mah… secondo me qualcosa sei riuscito a fare, spostati che ci colleghiamo la chitarra!”
“Okkei, ma stai attento che rischi di fulminarti…”

Cox, all’anagrafe Coxsone Dodd e “produttore” musicale, inserisce il jack della sua chitarra elettrica, una vecchia Gibson nera e rovinata, nel retro del piccolo amplificatore malmesso.
Una volta assicuratosi che i due strumenti siano ben collegati Cox inizia un classico motivetto per controllare che tutto funzioni correttamente.
L’amplificatore restituisce i primi suoni ed è già una buona notizia, ma non sembrano coerenti con quanto strimpellato sulle sei corde della Gibson.
A una prima nota corretta ne segue sempre una quasi di richiamo, tecnicamente un “tape delay“, come se una piccola scossa elettrica fungesse da “parete” per l’eco, prolungando il suono voluto.
La cosa curiosa è che il sound è addirittura meglio dell’originale desiderato, e conquista rapidamente i musicisti della zona, inconsapevoli che derivi da un problema elettronico e non dalle note di una chitarra elettrica.
Ma quel “chaka-chak” affascina tutti e all’innovativo riff presto s’uniscono la batteria, il battito cardiaco del nuovo genere, e il basso, l’indispensabile spina dorsale: la simbolica e definitiva base del giovane e focoso reggae, cui manca ormai solo una voce-guida per potersi far conoscere da tutto il mondo.

Nel frattempo, anzi qualche anno prima, il “nobile” Capitano Norval Sinclair Marley, 60enne veterano dell’esercito inglese diventato guardia forestale in Giamaica, sta galoppando tra i boschi del distretto di St. Ann, nel nord dell’isola.
In realtà del suo passato non sembra saper nulla nessuno, e il sospetto che “il Capitano” si sia auto-attribuito gradi e decorazioni per conquistare – sfoggiando il colore bianco della propria pelle – le giovani autoctone dei villaggi sotto la sua giurisdizione è piuttosto forte.
Nel tranello sembrano siano cadute già in molte, ma l’ultima è colei che più di ogni altra c’interessa per questa storia.
Cedella Booker, figlia del fattore Omeriah e 18enne di colore, dagli occhioni neri e le curve al posto giusto, s’imbatte un bel giorno nel sedicente e seducente Norval: è amore a prima vista, e in tutti i sensi.
Nove mesi dopo nasce Robert Marley, per tutti e per sempre semplicemente “Bob“, ma il Capitano – pur contribuendo economicamente da lontano – non ha nessuna intenzione di fare “da padre” al giovane virgulto.

La vita è durissima senza un uomo cui affidarsi e lavori da contadina che pagano pochissimo, e la morte del Capitano spinge la madre di Bob a una scelta decisiva. Abbandonare campi e foreste per scappare verso la periferia della capitale in cerca di un’opportunità per sopravvivere.
Cedella raccoglie con sé le poche cose preziose e il figlio ormai alle medie, si lascia alle spalle St. Ann dirigendosi verso TrenchTown, il posto prescelto e dove il reggae sta per prendere vita.
Trenchtown in quel 1957 ha solo dodici strade. La prima è dove ci si cimenta con la musica, dentro in alcune baracche composte da lamiere adibite a “studi di registrazione”.
Tutt’attorno strade di terra battuta e una povertà quasi assoluta, che costringe Bob e i suoi nuovi amici a bere solo acqua fino a sera, saltando troppo spesso pranzi e cene.
Si cammina a piedi nudi con gli stessi vestiti per tutto il mese, vivendo in un posto particolare, anarchico, un melting pot di razze e per secoli primo approdo giamaicano per gli schiavi africani.
Un contesto dov’è inevitabile respirare vibrazioni pesanti, profonde. Rivoluzionarie.

Bob cresce rapidamente. Bello, umile e dall’animo irrimediabilmente allegro. Un sognatore.
Il suo problema maggiore è quello di essere un mulatto: viene preso in giro per il colore della sua pelle, in città lo chiamano “half-caste”, mezzosangue. Bob ogni volta fa spallucce e dichiara di non volersi schierare con nessuno, bianchi o neri che siano: “Io sto dalla parte di dio, Jah Rastafari!”.
La musica, oltre al rastafarianesimo, è da sempre nel sangue del giovane Marley, ma per esplodere servono i compagni e i produttori giusti, non facile in un ambiente minuscolo ma estremamente competitivo.
Presto arriva però il primo contratto proprio con Coxsone (poi diventato acerrimo nemico) e il primo vero partner musicale, BunnyLivingston, con cui inizia l’epica avventura dei Wailers.
Provano canzoni fino allo sfinimento, mentre la nuova eco elettrica del ritmo reggae inizia a diffondersi a macchia d’olio tra le città e i villaggi della Giamaica.
Bob Marley si distingue per la voce vibrante, unica, per la passione coinvolgente e le parole delle canzoni che compone: è un poeta romantico e ribelle che canta di diritti, di fratellanza, di religione, di sesso e amore.
La musica è la sua vera fidanzata, la sua personale salvezza da una condizione misera e senza speranza.
E sua è la figura che più di ogni altra viene accostata al reggae per emanciparsi, esprimersi, combattere.
Ispirare Il Cambiamento.
Il cerchio sta iniziando a chiudersi e a catena arrivano i dreadlocks, i treccioni impregnati di “fumo”, e la fama internazionale con “One Love”, “No Woman, No Cry”, “Jammin”, “Redemption Song” e tutte le altre memorabili canzoni simbolo di una nazione e dell’essenza stessa del reggae…
La leggenda era nata.
Nessuno, nemmeno un cancro mortale, è mai più riuscito a fermarla.