La “piccola Inghilterra dei Caraibi” è la più orientale delle Indie Occidentali, quasi scagliata lontano dal continente americano, baluardo del nuovo mondo o avamposto del vecchio continente, è il vero confine dell’Oceano Atlantico: a est il blu infinito e solitario, a ovest il Caribe.

Testimoniano il retaggio inglese la Nazionale di cricket, le corse dei cavalli, le vecchie chiese anglicane sparpagliate fra piantagioni ordinate e giardini curati fino all’esasperazione. Per non parlare dei nomi. Scotland District, per citarne uno. A prendere le distanze dal Regno Unito ci pensano i locali che, oltre al colore della pelle, esibiscono una propensione per la musica calypso, la spiccata capacità di ballare, la preferenza del rum alla birra e un’evidente gioia di vivere tipicamente caraibica. Logicamente la natura aiuta non poco: piove spesso, ma fra uno scroscio e l’altro brilla un sole dichiaratamente tropicale e la cronica scarsezza di nebbia e cielo bigio poco si addice ai caratteri più tristi. La vegetazione dell’isola combatte rigogliosa e vitale contro l’ordine scientifico delle piantagioni con esplosioni di fiori e colori e profumi e foglie dalle forme e misure inusitate. A dispetto di un’antropizzazione capillare, l’isola è verde, decisamente tropicale.

Strade comunque ce ne sono tante, così affitto uno scooter in condizioni pietose, accompagnato da un casco altrettanto pietoso (portate il vostro, se decidete per la moto) e, tutto tronfio dei miei mezzi, mi lancio alla scoperta di Barbados.

Lasciata la capitale Bridgetown, una vivace cittadina con i suoi edifici in pietra coloniali, i ponti, il traffico e i fast food, imbocco la strada che percorre la costa occidentale, quella caraibica per intenderci. Il primo impatto lascia qualche incertezza: strade, incroci, semafori, entrate d’alberghi, giardini di ville private, insegne di ristoranti. Ci metto un po’ a capire che, per tuffarsi nel Caribe, è meglio prendere alloggio in una delle tante proprietà che si affacciano sulla costa. E allora la musica cambia. Il traffico è lontano, filtrato dalla vegetazione, attutito dalla distanza. La spiaggia è quella che ci si aspetta da un paradiso tropicale come dio comanda: con la sabbia fine, il mare trasparente appena mosso da onde gentili che hanno lasciato la loro forza sul reef. Ci sono perfino le dovute palme che s’inchinano alla luce brillante e cristallina del tropico e ti fanno ombra e ti porgono i cocchi che qualcuno (in cambio del tuo stipendio di un mese) si arrampica a raccogliere, pulire, tagliare.

E i tramonti, ovviamente, sono quelli dei film: con le nuvole cariche di sogni, che portano la notte sulle spalle e scivolano sul mare d’oro. E potrebbe finire qui il viaggio a Barbados, ma bisogna ostinarsi e continuare a risalire l’isola, in sella allo scooter sempre più a pezzi, finché si arriva a Nord Point. Fortunatamente, il punto più settentrionale di Barbados è segnato sulla carta turistica col simbolino della Kodak, così anch’io mi ricordo di portare la macchina fotografica. Per i rullini non c’è problema, perché gli appositi baracchini sono in grado di fornirne sia di scaduti che no. Il digitale impera, ma per qualche arcano motivo, qui si trovano le Kodak usa e getta, quelle col ribaltino davanti all’obiettivo e anche alcune di quelle che, quando scatti, esce il verme a molla. Queste ultime sono un po’ care, ma ne vale la pena e incontro alcuni giapponesi che ne comprano anche 2 a testa, chiaramente, senza contrattare. Qui l’Oceano Atlantico incontra il Caribe. Le sue onde, venute da lontano e stanche di viaggiare, si gettano contro quelle più piccole, ma numerose, dell’altro mare, quello che gioca in casa: sono spruzzi e tonfi, getti di schiuma e correnti ribollenti. Forza pura che taglia, consuma, erode una costa selvaggia, fatta di rocce nere, di lava modellata dal mare.

Di nuovo in moto (moto..oddio…), scendo più a sud, lungo la costa atlantica. Forse è il tratto più spettacolare: con lunghe spiagge battute dalle onde, ideale per il surf, penso. Non devo essere il primo ad averlo capito, visto che vengono da tutto il mondo per volare su queste onde, soprattutto al largo di Bathsheba, dove c’è “the Soup Bowl”, un festival di cavalloni fra i più rinomati. A vedere questi fenomeni in equilibrio sulle tavole mi viene voglia di proseguire, “che poi questa moto non è così male, è anche più sicura e va più o meno dove voglio io”. Supero il viale alberato del Codrington College e le pietre cotte dal sole, rose dalla salsedine dell’East Point Lighthouse, il vecchio faro che fa la guardia a tutta la costa orientale, poi, finalmente, arrivo a Bottom Bay, la spiaggia più spettacolare di Barbados. Scogliera alta, a picco, che raccoglie una falce di sabbia bianca, vento a graffi che scherza con le palme, mare turchese, onde vigorose che muovono l’orizzonte solcato da nubi veloci e qualche breve arcobaleno. Forse non scendo nemmeno in spiaggia, cheintantopiùbellodicosìnonsipuò…Bisogna stare attenti ad andare a Bottom Bay: perché il mare è insidioso e dovrebbe nuotare solo chi è avvezzo alle correnti. Poi c’è il pericolo di rimanere incantati e di tornare qui i giorni successivi. A scapito del resto dell’isola: ingiusto. Poco più a sud, infatti, in direzione di Oistins, c’è un’altra spiaggia davvero bella, Crane Beach, famosa per la sabbia rosa. Ideale per lunghe passeggiate, un po’ meno per nuotare, perché anche qui il surf è deciso e le correnti non scherzano.

Prima di tornare a Bridgetown e chiudere il periplo dell’isola, mi fermo a Oistins. O meglio, mi fermo al mercato del pesce di Oistins e finalmente assaggio il pesce volante: vanto e pilastro della cucina barbadiana. Sulle prime mi limito a guardare. Questo mercato del pesce è singolare. Una quarantina di banchi, tutti uguali, tutti sotto lo stesso tetto. Ognuno con lo stesso pesce, ordinato nello stesso modo. Neanche a dirlo, stesso prezzo. Aleggia un sospetto di realismo socialista, qualcosa che ricorda i negozi sovietici degli anni ’70, ’80. Per fortuna basta avvicinarsi un po’, lasciare che il volto tradisca uno straccio di curiosità e l’animo del Caribe salta fuori subito.

Almeno una mezza dozzina di giovanotti e vecchie signore si offrono di mostrarmi tutti i segreti del pesce volante che, grazie a due alucce da moscone, riesce a levarsi dall’acqua e percorrere a gran velocità la distanza che lo separa dalle reti dei pescatori. Da lì alla padella il passo è breve. “E’ lì che vuole finire”, dichiarano alcuni pescatori che ridono della mia curiosità.

“La morte del pesce volante è il fritto”, l’occasione giusta per farsene una ragione è il venerdì sera, quando Oistins si anima di musica e pentole d’olio, fumo di fritto e sigari cubani. Da non perdere!

Palato soddisfatto e stomaco pesante, torno allo scooter, che ormai sta tirando gli ultimi, e in qualche modo torno a Bridgetown. Ci vuole la vista dell’Union Jack che sventola sul deck di un’elegante barca a vela per ricordarmi che, per qualcuno, questa perla di Caribe è un “pezzo” d’Inghilterra.

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