L’autunno è arrivato, la nebbia a gl’irti colli piovigginando sale, ma se non c’è il maestrale né tanto meno il mare, che si fa?

Una buona idea potrebbe essere quella di passeggiare per le vie di Milano, tra cortili e acciottolati, seguendo il proprio istinto e lo stato d’animo del momento. E, quando l’occhio cade sull’affiche di una mostra, fermarsi un attimo a leggerla e magari farci un salto.

Ecco alcuni spunti per tutte le tasche.

In via Sant’Andrea, a Palazzo Morando – Costume, Moda, Immagine, è ospitata da qualche giorno la mostra gratuita “Graziella Vigo. La moda nella musica di Verdi”, una raccolta di fotografie scattate da Graziella Vigo alle opere verdiane rappresentate nei teatri di tutto il mondo.

Silenziosa, immobile, invisibile, come non fosse lì … presenza appassionata e cocciuta ma incorporea, impercettibile elfo vestito di bianco nel buio dei teatri, indaffarato e muto…”. Così Natalia Aspesi descrive Graziella Vigo e il suo lavoro che dà vita alla mostra. “Per centinaia di sere, attraverso la sua macchina fotografica, il suo corpo ha non solo sentito, ma ‘visto’ la musica: e le opere verdiane più famose, i più grandi interpreti, gli allestimenti storici, i costumi più sontuosi, soprattutto le luci sapienti dei migliori tecnici del mondo sono stati il magico mondo in cui ha vissuto fuori dal tempo e perfino dalla finzione, in una dimensione non fotografica ma pittorica, densa di ombre, colori, luce, dettagli sorprendenti. Da quelle migliaia di scatti pazienti e per lei stessa sorprendenti, sono nate immagini che non riproducono le scene di un’opera ma la ricreano in una sontuosità di gesti, in una ricchezza di costumi, in un sorgere di ombre drammatiche e di luci sfumate nel mistero, rivelando particolari che ascoltando e guardando l’insieme del palcoscenico sfuggono: la leggerezza di un fazzoletto, la perfezione di un ricamo, il dolore di uno sguardo, l’abbandono di una figura secondaria eppure essenziale all’armonia dell’insieme. Sorprendenti i personaggi ripresi non quando i loro lineamenti si sfaldano nel canto, ma nell’attimo breve in cui rappresentano bellezza e amore, odio e dedizione, vendetta e piacere”.

Alla Fondazione Stelline, in Corso Magenta, c’è “Josef Albers. Sublime Optics” (ingresso 8 euro), un’esposizione monografica sull’artista tedesco esponente del Bauhaus.

Albers, di formazione cattolica, ha incorporato il linguaggio figurativo della tradizione cristiana in molti suoi lavori, interpretando la trasformazione del colore e del tratto come eventi spirituali, se non addirittura di natura mistica. Gli esperimenti di Albers con la linea, la forma e il colore, agiscono come esercizi spirituali per i nostri occhi. Il suo “obiettivo” nell’arte è stato la” rivelazione ed evocazione della visione”, per aiutarci a vedere meglio il sublime che ci circonda”.

A Palazzo Reale c’è “Pollock e gli Irascibili. La Scuola di New York” (http://www.mostrapollock.it), una mostra imperdibile (ingresso 11 euro): «attraverso le opere del gruppo di artisti, tra cui il carismatico Jackson Pollock, e definiti “Irascibili” da un celeberrimo episodio di protesta verso il Metropolitan Museum of Art, al visitatore verrà offerto un panorama completo dello stile artistico che seppe re-interpretare la tela come spazio per esprimere la libertà di pensiero e di azione dell’individuo e che influenzò l’arte moderna». Oltre a Pollock, la cui opera Number 27 è la protagonista indiscussa della mostra, troviamo Willem de Kooning, Mark Rothko, Franz Kline, William Baziotes, Bradley Walker Tomlin, per una panoramica completa e diversificata del movimento, che fu una vera e propria rivoluzione artistica.

«Quando sono dentro il mio quadro, non sono consapevole di quello che sto facendo. Solo dopo una sorta di periodo di “familiarizzazione” vedo che cosa ho effettivamente realizzato»

Jackson Pollock, La mia pittura, 1956