Sono le 20.30 di un lunedì qualunque di una settimana qualunque. Greg ha compiuto un anno, io ho compiuto un anno, e anche la nostra nuova vita torinese ha compiuto un anno. Un anno fa, al rientro, era tutto talmente emozionante, che nessuno avrebbe detto che essere una mamma sarebbe stato così difficile, ma che il tempo sarebbe volato, e io sarei tornata ad essere una persona quasi normale.

E si, anche a me, vista da qui, in questo momento cosi delicato della mia vita, l’Ungheria sembra un puntino piccolo piccolo sperso chissà dove sulla carta geografica. Eppure Torino, dopo Budapest, è improvvisamente diventata più provinciale. Che è un controsenso, perché in questi due anni la città è cresciuta tantissimo, e finalmente inizia a riscuotere il successo che merita.

La verità è che, come tutti quelli che tornano, siamo reduci. Finiamo per confondere spazi e tempi, luoghi e persone, date ed eventi. Dovremo abituarci a convivere con qualche vuoto e un senso di mancanza perenne.

Fa effetto pensare a quanto siamo cambiati in un anno soltanto: quanta responsabilità in più, quanto amore, quanta pazienza. Chissà se fra vent’anni, Greg ricorderà di aver dormito fra il mio braccio e le pieghe del mio collo, avere odorato la mia pelle come fosse la sua pelle, aver confuso il suo respiro col mio.

Non ti accorgi di quanto bello sia essere una mamma finché non lo sei. Per qualcuna è un istinto immediato, per altre l’innamoramento è più lento. Ad un certo punto però ne sei consapevole. A me è successo all’improvviso, la prima volta che ho smesso di lamentarti del mio mondo ristretto, e mi sono resa conto che pappe nanne e pannolini sono diventati parte di me.

Edo vorrebbe organizzare un weekend a Budapest, in autunno, per rivedere i nostri amici. Ma io ho paura. Davvero. Non so se me la sento, non sono pronta a tornare in una città che sento ancora mia, anche se mia non è. Perché io mi rivedo spesso, scendere lo scalone di casa, affacciarmi su Andrassy ut, circumnavigare l’Opera, inforcare la bici e costeggiare il Danubio, verso l’isola Margherita. O verso il Balna, dove il fiume mi sembrava il mare, e la città mi ricordava Lisbona. Mi rivedo anche nelle faccende quotidiane, mentre stendo il bucato, mentre faccio la spesa, mentre prenoto il ristorante per il sabato sera.

Questa era la mia stagione preferita: vedere la gente nei giardini, i caffè affollati, i battelli sul fiume, la città colorata da turisti ed expat mi inebriava, mi riempiva, mi ubriacava, mi rendeva ebbra.

Come  si fa a descrivere la malinconia per un’abitudine, un luogo, un profumo? Come si fa a raccontare la nostalgia per qualcosa che non tornerà mai più?

Eppure da qualcosa bisogna ripartire. Un figlio piccolo ti insegna a non dar nulla per scontato e a riscoprire il gusto delle piccole cose. Come un piccolo bar per l’aperitivo, un cortile nascosto appena ristrutturato, i vicoli silenziosi dietro una piazza piena di gente. Ma vorrei anche tornare a pensare in grande, e colmare i vuoti che mi separano da questa città: per esempio, non ho mai visitato Palazzo Carignano, sede del primo Parlamento italiano, nonostante sia proprio dietro casa mia, come il Museo Egizio, dove non entro da quando ho 10 anni.

Non possiamo arenarci sui ricordi, sugli anni che passano, su quello che è stato e che non tornerà più. Abbiamo bisogno di guardare avanti, e di farlo nel modo migliore. Alla fine, quando mio figlio ride e mi sorride, non importa più se sono a Torino, a Budapest o a Milano. Non importa perché me lo dimentico. Casa è dove c’è lui, perché è lui che ci ha reso una famiglia.