L’ “altra Ungheria” è l’Ungheria prima della Grande Guerra, quella che ormai esiste solo “nelle profonde acque della letteratura ungherese” e il cui territorio si estendeva dalla Slovacchia alla Transilvania (annesse rispettivamente alla Cecoslovacchia e alla Romania col Trattato del Trianon nel 1918), fino alla Croazia e alla città di Fiume (Dopo il 1918, l’Ungheria non ebbe più accesso al mare, che invece il Regno di Ungheria aveva avuto per oltre 800 anni).

Io l’ho appena rivissuta attraverso le pagine di un bellissimo libro di Sandor Marai: “Sindbad torna a casa”. Scrive Marai: “In mezzo a grandi potenze, fra popoli germanici e slavi, vi è un popolo che da un migliaio di anni vive in una solitudine paragonabile a quella di una tribù beduina nel deserto. La sua lingua non la comprende nessuno, le sue peculiarità etniche agli occhi del mondo rappresentano più un folclore esotico che una comunità legata organicamente alle civiltà circostanti. E tutto ciò che gli appartiene viene ricoperto dalla sabbia”.

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Nel libro, Sindbad – pseudonimo dietro cui si celava il narratore ungherese Gyula Krudy, personaggio tenebroso della bohème letteraria ungherese del primo Novecento e fonte di ispirazione per Marai – ripercorre il mondo dell’Ungheria di un tempo, vagabondando e indugiando nei luoghi in Budapest che ancora ne conservano le tracce: dal bagno turco ai famosi caffè, “luoghi della meditazione e dei passatempi silenziosi”.

All’Ungheria la storia ha rubato oltre 50 anni, creando una grave crisi di identità e offuscando anche la nostra idea di popolo ungherese. Ma dal ’56, dopo la Rivoluzione qualcosa sta lentamente cambiando, e anche l’Ungherese sta piano piano provando a riscoprire se stesso e il proprio nobile passato.

Io l’ho avvertito, fortissimo, durante un matinée musicale nella casa-museo del grande compositore Bela Bartok. E anche a voi dico, se mai doveste visitare Budapest: non fermatevi alla superficie delle cose, andate a fondo. Cercate l’anima.

Benché trafitto, depredato, umiliato, questo Paese vive e ci racconta una storia di poeti e scrittori, dandy, guerrieri, principi e marinai. Espatriare vuol dire proprio questo: connettersi con il tessuto profondo del Paese ospitante. Vuol dire mettersi in ascolto. Io l’ho fatto. Forse avrei potuto fare e vedere più cose, ma sono sicura di aver sentito vibrare, intensamente, questa terra ricchissima di storia, tradizioni e cultura.

Sarei riuscita a fare la stessa cosa a Londra, o a Parigi? Io non credo. Londra e Parigi sono un po’ casa nostra. Le frequentiamo, le studiamo da sempre. Vedere come la vita pulsa da questa parte d’Europa è stata invece una scoperta. Questi Paesi hanno perso 20, 30 anni e ora guardano avanti. Così, accanto ai vecchi palazzi di regime, la città si è riempita di locali e caffè trendy, pieni di giovani che vengono da tutto il mondo perché qui possono vivere bene, parlarsi in inglese, trovare lavoro e magari decidere di rimanere.

Si è parlato spesso, di Ungheria, in questi ultimi mesi. Non entro nel merito della questione perché non conoscendo la lingua, sono tagliata fuori da molte cose. Qualunque sia la verità, io tornerò a casa con l’immagine che regalo a voi in questo post: un Paese dal nobile passato che guarda avanti alla ricerca del proprio riscatto.