Uno spazio immenso in gran parte selvaggio, sei mesi di luce e sei mesi di buio, un clima durissimo e una bellezza travolgente.

Sono solo alcune delle contraddizioni che si incontrano in Alaska e che forgiano il carattere di una società ai confini del mondo.

Gente dura, in gran parte immigrati, quella che vive in questo pezzo di Stati Uniti ai margini del Polo Nord e della storia.

Un pezzo che fa parte solo della storia recente d’America: prima infatti, questa enorme regione, grande come Texas, California e Montana messi assieme (5 volte l’Italia), apparteneva alla Russia degli Zar.

USA, Alaska, Denali National Park, Mount McKinley (6194mt.)

L’Alaska venne acquistata dagli Americani solo nel 1867 nell’ambito di un’operazione assai discussa iniziata da Abraham Lincoln due anni prima della sua morte. Quello che l’opposizione di allora chiamò “un pezzo di ghiaccio inutile” venne pagato solo 7,2 milioni di dollari e divenne protagonista delle vignette della stampa satirica di allora. Ci vorrà un’altro trentennio però perché l’oro del Klondike faccia sognare l’Alaska a mezzo mondo.

L’Alaska entrò nella storia moderna grazie a un gruppo di esploratori russi che lasciò la Kamchatka nel 1741 sotto il comando di un navigatore danese: Vitus Bering. La spedizione fu un disastro, ma i russi riempirono uno degli ultimi grandi spazi vuoti sulle carte geografiche e scoprirono che il nuovo mondo era pieno zeppo di animali da pelliccia. Ne fecero strage per anni fino al collasso del commercio di pelli, avvenuto negli anni precedenti alla cessione dell’Alaska agli Stati Uniti. Gli Americani cominciarono ad accorgersi lentamente dell’enorme potenziale economico del nuovo territorio: la distanza, il clima, la grandezza lo rendevano difficilmente esplorabile.

Usa, Alaska,

Joe Juneau e Richard Harris avevano già trovato oro nel luogo dove sorge l’odierna capitale ma fu l’oro del Klondike, scoperto nel 1897, a scatenare la grande corsa e a provocare la moderna colonizzazione dell’Alaska. Il Klondike si trova nello Yukon che fa parte del Canada, ma il modo più rapido di raggiungerlo è partire dal porto di Skagway, una cittadina lungo la costa occidentale dell’Alaska. L’oro scatenò le speranze, i sogni, l’ingordigia di una società nel pieno della depressione: nel giro di poche settimane oltre 100.000 uomini (compreso il sindaco di Seattle) lasciarono le loro case, le loro famiglie, i loro posti di lavoro per cercare fortuna nel Klondike.

La febbre dell’oro si sparse in tutto il mondo e il piccolo porto di Skagway vide arrivare navi cariche di improvvisati minatori provenienti dal Cile, dall’Argentina, dall’Europa, dall’Asia. Partivano a piedi scalando il muro di ghiaccio e neve del White Pass, spinti dalla sete di denaro. Molti morivano, altri arrivavano nello Yukon, altri ancora si spingevano in altre regioni dell’Alaska: a loro, a questa accozzaglia di pazzi, sognatori, disperati e coraggiosi, si deve nascita dell’Alaska odierna.

Usa, Alaska,

Si cominciò a capire che questa grande terra aveva altre ricchezze da offrire: la pesca, i minerali, il petrolio. Con l’immigrazione più organizzata si fecero vedere i ricercatori e gli studiosi, si cominciò a comprendere che la natura di questa regione meritava di essere studiata, sfruttata ma anche protetta.

Nel 1959 l’Alaska divenne il 49° stato dell’Unione.

Questa è una terra dove tutto è esagerato, tutto è in scala eccessiva, anche le contraddizioni. Si estende per 21 gradi di latitudine e 43 di longitudine, vi si trovano i più grandi parchi nazionali del mondo ma anche intere regioni deforestate, alcuni degli ecosistemi più intatti del globo coesistono con i siti degli esperimenti nucleari o di disastri ecologici di proporzioni gigantesche come, ad esempio, l’incidente della Exxon-Valdez. La sua superficie è attraversata da grandi catene montuose (il monte McKinley è alto più di 6000 metri) e percorsa da grandi fiumi. La fauna che vive in questo territorio è una delle più numerose e selvagge del pianeta. Le estati sono brevi, ma caratterizzate da una esplosione di vitalità senza paragoni.

Vivere in Alaska vuol dire confrontarsi con tutto ciò; una natura prepotente e affascinante dove gli uomini reagiscono in modo complesso: con la passione per la natura e con l’alcolismo, con l’euforia dell’esploratore e la depressione del naufrago. Con la sua presenza quotidiana, quasi violenta, la natura gioca un ruolo assai più centrale che altrove nel disegnare la geografia dei rapporti sociali, dei comportamenti umani.

USA, Alaska, Columbia Glacier

In Alaska si vive in città isolate, lontane da tutto. Basti pensare alla capitale, Juneau: non esistono strade o ferrovie che la colleghino con il resto del mondo. Non la si può lasciare via terra. Gli unici mezzi di comunicazione, a parte il telefono, la radio, la televisione, sono gli aerei o le navi. Intorno le grandi montagne, le foreste, le praterie, i ghiacciai, l’Oceano Pacifico. Un abitante su 50 possiede un aereo: per cercare in qualche modo di rispondere al bisogno di muoversi, di essere liberi di andare e venire, l’unico modo è volare. Il 30% del territorio è protetto, il rimanente è comunque selvaggio, dato che il mezzo milione di abitanti non è certo in grado di antropizzare la regione.

Le città principali sono Juneau, Anchorage e Fairbanks, per il resto si tratta di paesini o piccole comunità indigene a distanze enormi l’una dall’altra.

Malgrado il reddito dello stato sia il più alto d’America, la durezza delle condizioni di vita viene dimostrato dal più alto tasso di suicidi degli States. Il costo della vita è molto alto e nonostante il governo abbia predisposto diversi incentivi economici, l’età media degli abitanti del “Grande Nord” è la più bassa del continente, 25 anni: perché appena risparmiato il gruzzolo necessario, molti fanno i bagagli e scappano verso climi più caldi, più umani.

Eppure la maggior parte dei nuovi arrivati subisce immediatamente il fascino della “frontiera” e il richiamo della natura. Il primo a parlarne fu proprio Jack London, che arrivato qui durante la febbre dell’oro, amò ed odiò profondamente questa terra selvaggia. Un fascino che richiama ogni anno sempre più visitatori che, durante la breve e sovraffollata estate, riversano nelle casse dello stato la bellezza di 850 milioni di dollari.

Usa, Alaska,

Impossibile immaginare di visitare l’intera regione nel corso di un viaggio per via delle dimensioni, dei costi, della difficile organizzazione. La maggior parte dei turisti si avvia alla scoperta dell’Alaska percorrendo la Marine Highway, ovvero il labirinto di canali, isole e fiordi che compone l’Inside Passage. A bordo di grandi navi da crociera, traghetti e barche a vela, il viaggio tipo di svolge da Anchorage fino a Vancouver, in Canada, e  permette di riassumere gran parte del paesaggio sia naturale che umano che rende unica questa parte del globo.

Nel corso della crociera si incontrano moderne città e villaggi di “native americans”, cime innevate che sovrastano foreste di cedri e pini, profondi fiordi e innumerevoli ghiacciai. Il ponte di un’imbarcazione è anche punto di osservazione privilegiato per avvistare la fauna incredibilmente varia ed abbondante che vive in Alaska. Nel mare si vedono balene, orche, foche e lontre; il profilo della costa è continuamente movimentato da orsi, alci, caribù, mentre in cielo le più grandi colonie del mondo di aquile strappano continui sospiri ai bird-watchers più incalliti.

Il viaggio inizia ad Anchorage. Con i suoi 250.000 abitanti è l’hub finanziario più importante dello Stato e riassume il bilancio etnico dell’Alaska. La maggior parte dei suoi abitanti fa risalire le proprie origini all’Europa, ma non manca una comunità autoctona composta da Aleutini, Athabaska, Eskimo e Tlingit. Afro-americani, ispanici e rappresentanti di tutta l’area del Pacific Rim contribuiscono al sapore multietnico di questa città. Certo, non si arriva fin qui per fermarsi: l’atmosfera è piuttosto dimessa e si ha la sensazione che Anchorage sia sempre mezza deserta.

Usa, Alaska,

Unica eccezione il periodo primaverile: durante questa stagione, che paradossalmente coincide con l’apice della tendenza al suicidio, si moltiplicano le feste, i balli, i concerti. Uno stratagemma imparato dai nativi per combattere il “cabin shock”, la depressione da letargo che colpisce proprio alla fine del lungo inverno.

Basta uscire dai sobborghi, lasciarsi alle spalle i centri commerciali, per cancellare ogni memoria da provincia americana.

Chi ne ha il tempo, prima di imbarcarsi in nave, può noleggiare un camper e portarsi all’interno per scoprire quanto selvaggio ed immenso sia questo spicchio di mondo.

Viaggiando verso nord, si superano ghiacciai e catene montuose fino ad arrivare ai piedi del McKinsley, il colosso di 6000 metri che ferisce un’orizzonte altrimenti piatto. La maggiore montagna del Nord America si erge isolata nel cuore dell’Alaska, circondata dai suoi ghiacciai e dal Denali national Park.

Di nuovo verso il Pacifico, la catena delle Chugach Mountains incappucciate di neve fa da quinta mentre la strada per Seward costeggia un profondo fiordo: intorno distese di fiori selvatici e alci che si abbeverano nell’acqua cristallina dei fiumi. Seward è il porto d’imbarco per le decine di migliaia di crocieristi che ogni estate scelgono le grandi navi come mezzo per scoprire la bellezza di questo nord.

Usa, Alaska,

Lasciata la costa, ci si immerge subito nel paesaggio più caratteristico e unico di questa parte di Alaska. Durante i primi giorni di navigazione si costeggia il Kenai Fjords National Park e quindi si entra nel Prince William Sound. È un mondo di fiordi profondi e immensi ghiacciai che si gettano nell’Oceano. Lo spettacolo più emozionante si chiama “iceberg calling“, la nascita di un iceberg. Nel silenzio carico di attesa i viaggiatori sul ponte delle navi aspettano che un grande pezzo di ghiaccio si stacchi dal fronte del ghiacciaio per scendere in mare. A volte si tratta di vere e proprie montagne bianche che arrivano a pesare centinaia e centinaia di tonnellate. All’inizio è uno sfregolio leggero: come di mille e mille bolle d’aria (infatti si tratta di milioni di bollicine d’aria imprigionate nel ghiaccio che si liberano al contatto con l’acqua), poi scoppi e tonfi, quindi, in un silenzio innaturale, queste torri di ghiaccio iniziano a scivolare verso il basso sollevando una grande onda opaca che per un attimo paralizza tutti con il cuore in gola. Non ci sono pericoli, poiché i capitani delle navi sanno bene che è il caso di mantenere una debita distanza di sicurezza da questi giganti del mare.

Semmai i pericoli vengono dal traffico di petroliere che batte questi stretti, queste coste dal profilo tormentato. Il Prince William Sound oltre ai ghiacciai più spettacolari ospita l’insediamento di Valdez che dall’agosto del 1977 è diventato il terminale di uno dei maggiori oleodotti del mondo: 1300 chilometri di condotte che trasportano il greggio dalla Baia di Prudhoe, nell’Oceano Artico, fino al Pacifico.

Proprio in mezzo a questo paradiso, il 24 marzo del 1989 naufragò la Exxon-Valdez, riversando dal suo ventre devastato 11 milioni di petrolio greggio destinati a divenire il più grande disastro ecologico della storia d’America. Una catastrofe che cancellò di colpo l’industria ittica della regione e assestò un colpo micidiale alle numerose specie animali (molte delle quali già a rischio grazie alla caccia delle pelli) della zona.

Oggi i segni di quel disastro non sono evidenti, così come il tempo ha cancellato i segni di un’altra catastrofe, questa volta naturale, occorsa nel 1964: il terribile terremoto che distrusse Anchorage e sollevò un’ immensa onda che rase al suolo le città della costa.

Continuando la navigazione verso sud si costeggia lo spettacolare Glacier Bay National Park dove 16 ghiacciai scendono al mare dalla catena dei monti Elias che dominano l’orizzonte.

Usa, Alaska,

Il paesaggio cambia quando si entra nell’Inside Passage vero e proprio. Ci si perde nel labirinto di canali e isole di ogni misura; si entra nel mondo della foresta pluviale costiera: uno degli ambienti più piovosi del mondo. Qui il clima è mitigato dall’oceano. I ghiacci lasciano spazio al verde rigoglioso e gli insediamenti umani si moltiplicano: sono i villaggi degli indiani Tlingit e quelli costruiti dai trapper russi. Il profilo delle coste è interrotto dai totem e dalle cupole delle chiese ortodosse: un connubio unico al mondo.

Fra le cittadine più interessanti da visitare, vale pene ricordare: Skagway, il punto di partenza della corsa all’oro, Ketchikan, la quale oltre che per i suoi totem è famosa per la pesca al salmone, e Sitka, il centro dove il retaggio russo è più evidente.

Ketchikan è l’ultimo villaggio d’Alaska, si salpa il mattino presto, con la prua che si fa largo fra la bruma e lacera scorci di grande bellezza. Più a sud c’è il Canada, con l’attracco fra i grattacieli in vetrocemento di Vancouver.

Si lascia l’Alaska navigando con il ricordo del silenzio, della vastità, della durezza di questa terra che conquista l’anima. Proprio come scrisse John Muir, il grande naturalista americano a cui tanto si deve nel campo della tutela del patrimonio naturalistico dell’Alaska:

«Qualunque cosa il destino abbia in serbo per noi, i tesori che abbiamo scoperto in questa mattina di gloria ci arricchiranno per tutta la vita»