Rullano i tamburi e risuonano le trombe di Gerico. L’apocalisse è lungi dall’arrivare, o così ci piace credere, ma finalmente Masterpiece è andato in onda con la sua prima puntata.

La mia fibrillazione era alle stelle fin dal pomeriggio di quella triste domenica uggiosa. In televisione c’era ben poco, lo ammetto, e il cinema era previsto per lunedì sera. Quindi tutto concorreva perché io fossi lì, con la mia bella ciotola di brownies appena sfornati e compensativi. Pensavo di essere sola, triste e di guardarmi il solito programma da sfigati della domenica su RaiTre in seconda serata. Situazioni che non avevo provato neanche nelle gloriose notti di Fuori Orario, quando andava in onda la maratona di Ingmar Bergman e capivi che il mondo lì fuori era bellissimo.

Invece, a dispetto delle mie errate aspettative, una rumorosa compagnia bisbigliante si stava assiepando davanti allo schermo, munita di telecomando e cellulare: i twitteri erano pronti sui blocchi di partenza ad avviare una gazzarra che avrebbe fiondato Masterpiece sul podio dei trending topics della serata. Ci mancavano solo i fuochi d’artificio finali.

Cose da non credere. E tutto per cosa? Per un talent show sugli aspiranti scrittori.

In un Paese in cui si fatica ad ascoltare/leggere gli altri, tutti hanno voglia di raccontare qualcosa di proprio. Ma questo va bene: lo sappiamo da molto e ce ne siamo fatti una ragione. Il fatto poi che ci si appelli a un mezzo mediatico come la televisione per trovare il miglior romanzo o il miglior scrittore (non si sa bene secondo quali precisi criteri) rende tutto, come qualcuno vorrebbe farci credere, più “pop” e, finalmente, meno intellettuale. Qui è necessaria un po’ di calma e sangue freddo. Su Twitter, se volete, trovate tutte le polemiche possibili e impossibili della serata, con straordinari ospiti d’eccezione.

Bando ai negativismi e alle perplessità e vediamo cosa può offrire Masterpiece a noi, profani dei talent show e scettici rispetto ad aspiranti scrittori che vanno in tivvù:

 

1. Massimo Coppola. Diciamolo, quando l’ho visto comparire in quel corridoio buio, stretto e grigio degli studi televisivi mi si è aperto il cuore. Sono tornati per un momento i bei tempi in cui faceva il vj e girava lungometraggi. Della sua laurea in filosofia della scienza, del suo dottorato in Scienze Cognitive e del suo lavoro come direttore editoriale di ISBN (casa editrice per cui ho un debole) me ne sono fregata. I meccanismi televisivi talvolta possono essere crudeli e pungolano con piacere la mia superficialità, gettandomi in universi di piacevoli estetismi frivoli. 1 a 0 per la televisione. Con mia rassegnazione.

 

2. I conduttori. Gli autori di Masterpiece son stati dei volponi. Inutile negarlo. Han recuperato scrittori conosciuti anche da profani della lettura, ma di qualità. La credibilità, in un certo senso, ne è uscita preservata. Sento ancora che si fregano le mani per la soddisfazione, o forse per il freddino di questi giorni.

Giancarlo De Cataldo è stato un colpaccio da maestri. Chi non ha amato Il Freddo? Che l’abbiate conosciuto attraverso il libro, il film oppure la serie tv (una delle più belle create in Italia) non potete non apprezzarne il fascino. In ogni sua declinazione “Romanzo criminale” è poi altamente consigliabile.

Andrea De Carlo vanta frotte di fan ancora affezionate a “Due di due”, “Treno di panna” e “Tecniche di seduzione”. I romanzi generazionalisti sono sempre un colpo sicuro. E lui è un ottimo rappresentante del genere.

Taiye Selasi, invece, vince per avere sopportato con eroismo il titolo deciso da Einaudi per il suo libro: “La bellezza delle cose fragili” (titolo originale: Ghana must go).

 

3. I casi umani. In un talent show, se non sei un caso umano, sei uno sfigato. Chiaro come l’acqua limpida di sorgente. Non potrai mica pensare di avere qualcosa di interessante da dire, raccontare o narrare, se la tua vita non comunica il senso di una tragedia immanente? Potresti venire a noia ai telespettatori. Noi vogliamo storie di vita truci, disperate e personcine un po’ strane. Dobbiamo tifare. Sì, abbiamo bisogno di tifare per qualcuno: magari quello più avvizzito, più problematico e con un sacco di menate pseudo-filosofiche.

Tra i selezionati: l’operaia assenteista perché il lavoro le faceva schifo (con buona pace di chi ha il contratto a progetto pagato a cottimo), l’ex galeotto palermitano con accento “incarcato” che neanche allo Zen, l’ex anoressica, il ragazzo on the road dallo spirito “beat generation qualche anno dopo” e un po’ (giusto un filo) sgrammaticato, l’ateo onanista soddisfatto (notare la ricercatezza biblica del paradosso). Avevo un debole per l’ultimo e me l’hanno scartato. Ho vissuto un brutto minuto. Non c’è meritocrazia, come al solito. Sono di nuovo alla ricerca disperata del mio prossimo protetto.

 

4. Le location d’ispirazione per la scrittura. Prima o poi sarebbe giunto, mica così inaspettato, il momento con traccia del tema con tempi limitati. 30 minuti per dare il meglio di sé. Lucarelli con il fatidico gesto direbbe: Paurahhh???!

Voglio pensare che sia stato tutto calcolato per inorgoglire lo spirito didattico di insegnanti di elementari, medie e liceo e accaparrarsi nuovi segmenti di pubblico per la prossima puntata.

Per il tema ci voleva però un’esperienza di vita vissuta dura e forte da cui trarre ispirazione. Così l’animo ruvido degno di uno scrittore è ben forgiato. Che la vita problematica e da casi umani mica bastava a quelli di Masterpiece. Le cose si fanno in grande o non si fanno. Dove hanno portato i nostri aspiranti scrittori? Taddddaddadannn… attesa, trepidazione e anche un filo di emozione e poi ecco: il centro sociale e la balera. Non potevo sperare di meglio. Ho rivisto racconti alla Trainspotting (certo un volo pindarico un po’ arduo) e descrizioni degne dei gran balli organizzati dalla coppia Zelda – Francis Scott Fitzgerald. Il Gattopardo mi è venuto in mente subito dopo. A ciascuno il suo, avrebbe chiosato un siciliano d’altri tempi.

 

5. Scrittori che non lo fanno di professione. Ho sempre provato un debole per chi ha scoperto il dono della scrittura quasi per caso o per l’intervento fortuito di qualcuno.

Raymond Carver era uno di questi. Proprio chi scrisse “Il mestiere di scrivere”. Lavorò con il padre in una segheria, come fattorino in una farmacia e fu solo la moglie, Maryann Burk, che lo spinse a iscriversi a corsi di scrittura. Il suo primo romanzo fu pubblicato nel 1976, quando lui aveva già 46 anni.

Quello che non fece la televisione lo fece l’amore di una donna. I tempi cambiano, si sa.

Proust aveva la fortuna di essere ricco e non bisognoso di lavoro, ma dovette autopubblicarsi perché nessuno gli diede soddisfazione e non aveva trasmissioni a cui partecipare. Per sua buona sorte il patrimonio di famiglia compensò le défaillance dei suoi possibili editori, Gide e Humblot. Per le polemiche sui temi vi rimando sempre a Twitter (vedere alle voci: ‘self publishing’ e ‘letteratura vicaria della televisione’).

 

Sono giunta alla fine della trasmissione soddisfatta e divertita, mentre qualcuno mi russava accanto con altrettanta soddisfatta e divertita espressione. Un lettore debole, naturalmente.