“Quando hai sfregiato quel tipo con quel punteruolo, ehi, fratello
lo hai fatto proprio con una tale naturalezza
E quando il sangue ha cominciato a scorrergli giù dal collo, ah…
ci credi che è stato molto meglio del sesso?!”
[“Kiks” – Lou Reed]

Amore, violenza, droghe, travestiti, giovinezza perduta.
Coney Island.
La somma di questi fattori, anche se rimescolati, può e potrà dare sempre e solo un risultato: Lou Reed.

I primi anni Settanta, per chi viene dalla penisola newyorkese di Long Island, non possono decisamente essere paragonati a quelli degli altri bravi cittadini della Grande Mela.
I fasti del quartiere, sotto la giurisdizione di Brooklyn, sono ormai lontani. Il degrado umano ed economico è invisibile ma più che percepibile.
Il più grande, divertente e frequentato parco divertimenti di tutta la Costa Est americana è stato raso al suolo dai bulldozer di Trump, quel Trump.
That’s business, baby.

Viverci durante quel periodo significa esser presi nel mezzo tra le sensazioni di nostalgia dei bei tempi che non ritorneranno più, quelle frustranti del presente e quelle d’infinita creatività rivoluzionaria che hanno preso fuoco nella vicina Manhattan sulla scia del ’68.
Un cocktail unico in cui il giovane Lou, semplicemente tra i cinque più grandi cantautori rock di sempre, sguazza come un pesciolino ansioso di conquistare il proprio mondo.

In realtà Lou “qualcosina” dovrebbe averla già fatta.
Prima l’esperienza allucinogena, polemica e leggendaria con i Velvet Underground (& Nico), cui il rock sarà per sempre debitore (e da cui attingeranno in tanti, troppi).
Poi la relazione artistica e d’amicizia con Andy Warhol, lo stregone visionario della Pop Art newyorkese che anche con Reed pensa decisamente “outside the box” nella sua “Factory” al 33 di Union Square (Manhattan), la “fabbrica” punto di ritrovo di artisti geniali che da lì a poco sconvolgeranno le regole di tutti i settori creativi contemporanei.
Un rapporto che si evolve con il coinvolgimento del giovane androgino londinese David Bowie e che si nutre reciprocamente: Lou, eroinomane dal talento unico, si lascia trascinare dal discepolo, il Duca Bianco sua nobile evoluzione teatrale, partorendo in un biennio “Transformer” – il primo capolavoro da solista – e la straordinaria opera letterario-musicale maledetta, “Berlin“.

Ma al termine del controverso “Sally Cant’ Dance” (1974) e del fallimentare e provocatorio esperimento elettronico-trash “MMM” Lou, già diventato uno stronzo con quasi chiunque, bisessuale semi-depresso e sull’orlo dell’abbandono delle scene, sente una necessità assoluta nascergli da dentro.
È ora di tornare a casa, è ora di ritrovare le origini di se stessi.
È tempo di “Coney Island, baby”!

È il 1975 e Lou Reed, per la prima volta dai tempi di “Transformer”, sente il bisogno di raccontarsi, di far uscire dallo stomaco l’amore, la tristezza, le contraddizioni della sua giovinezza perse nel vento.
Sforna alla velocità del fulmine “Crazy Feeling“, la canzone d’apertura, quasi sfogandosi.
Sei il tipo di persona che ho sempre sognato/sei il tipo di persona che avrei sempre voluto amare“.

Le corde vocali sono le stesse di sempre. Brucianti, cacofoniche, strafottenti. Reed è l’unico cantante della generazione dorata che reciti le proprie canzoni dando sempre l’impressione di cantarle. Frank Zappa e Bob Dylan? “Che cambino mestiere!” affermerà poco più avanti. Molto meglio Neil Young.
Il lavoro sui testi è come di consueto maniacale, così come la ricerca della perfetta congiunzione tra il suono delle sillabe, il sapore dei sentimenti e la chitarra elettrica suonata con inusuale leggerezza.
E al tramonto sulle care vecchie spiagge di Long Island, mentre tutto sta cambiando attorno, il Baudelaire prestato al rock s’immerge nei fantasmi del suo passato.

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Il concept dell’album è tanto commovente quanto stupefacente, considerando l’animo tormentato e rabbioso del cantante: l’Amore, nelle sue molteplici e più elevate forme.
È il leitmotiv del flusso narrativo, a cominciare dalla canzone inaugurale e l’amore omosessuale travolgente (“a crazy feeling” appunto, una “passione pazzesca”) per Rachel, trans per cui Lou ha lasciato la moglie.
Le campane del ritornello annunciano la gioia di Reed come in un matrimonio pagano, catapultandoci dall’amore relazionale a quello d’amicizia: tra la fiducia mal riposta nella “tipa di Charlie” (“Charlie’s Girl”) e quella perfetta per la migliore amica (sempre il trans Rachel) dopo anni di solitudine, gli assoli elettrici crescenti, in simbiosi coi cori, affermano che Lou è vivo e, forse per la prima volta, felice di gridarlo al cielo.

Non manca nemmeno la tipica e beffarda ironia ritornata presto a pungere prima con “Kicks” narrando in modo allegro e spensierato la storia di un perverso killer dei bassifondi newyorkesi (sul fondamentale beat della batteria di Suchorsky), e poi annunciando in “A Gift” un finto orgoglio etero, auto-proclamandosi “un regalo a tutte le donne” mentre risuona il flauto da pifferaio magico che abbindola con toni concilianti ma sarcastici, prendendoci e prendendosi in giro.
Sì, Lou incredibilmente si sta divertendo (la produzione è durata solo dieci giorni) e continua a giocare con rimandi e immagini esplicite anche sull’intro di “Nobody’s Business”, simile alle tragiche note di “Berlin” prima che il sensuale arpeggio del basso, della chitarra acustica e delle strofe (“Se ti stai muovendo troppo veloce/non vuoi che la cosa duri”) rilassi i sensi, riportandoci al “trip” drogato, magico ed erotico delle prime tre canzoni.

E infine c’è Lei, il gioiellino, la sublimazione dell’opera: “Coney Island, baby”.
La canzone che regala il titolo all’album è uno degli omaggi più onesti, innamorati e malinconici alla propria infanzia e alle proprie radici che il rock and roll abbia mai partorito.
Lou Reed, in uno stato di grazia talmente sereno da rimanere un caso pressochè unico nella sua travagliata discografia, trascina il mondo negli intimi ricordi della sua vita, quando avrebbe desiderato “solo giocare a football per il coach” nonostante fosse un emarginato “troppo strano per vivere, troppo raro per morire” [cit. H.Thompson].

Gli assoli della chitarra, sempre più intensi, melodici e vellutati, ci offrono il cuore di Reed su un vassoio d’argento, con le ribellioni adolescenziali e gli elettroshock per “curarlo dall’omosessualità” ormai sepolti sotto le tonnellate d’odio e rabbia disseminati nei precedenti album.

Lou si spoglia di tutto, riportando a galla le emozioni più genuine celate da tempo, i propri rimorsi, cantando la parte più profonda di sé. Stupendo probabilmente pure se stesso.
E quel coro conclusivo ripetuto all’infinito che ricorda tanto i primi Velvet, quel “glory of love”, quella celebrazione della Gloria dell’Amore, della vita, dell’innamoramento, della casa, degli amici, finalmente riesce a librarsi dalle viscere di Reed esplodendo nell’etere.
L’unico, vero, enorme sospiro di sollievo di Lou.
Il nostro sospiro di sollievo.
Dedicatela a chi volete.

“Ma ricorda la principessa che viveva su quella collina
Che ti amava nonostante sapesse che sbagliavi
E d’un tratto potrebbe venire e risplendere”